premessa: i negazionisti del referendum
È rara l’occasione in democrazia, per il cittadino, di poter scegliere direttamente. La democrazia è un’infinita delega di decisioni, che forma un sottobosco oscuro e stagnante, fertile solo per abusi di potere e corruzione. Questo è, purtroppo, un dato di fatto, ma altrettanto lo è che non lo si combatte con l’astensionismo. Anzi questa pratica alimenta solo il proliferare dei parassiti.
Le urne sono da sempre – e per sempre – lo strumento con cui controllare e indirizzare, seppure a rilento, il mondo politico. Ecco perché, di fronte a un referendum, cioè uno strumento di democrazia diretta, si va a muso duro.
Chi va elogiando l’astensionismo altro non è che la classica figura italiana del “pecorone”, l’unica maschera carnevalesca a presenziare 365 giorni l’anno. Fatta questa premessa – per me non opinabile – c’è un’alternativa più coerente per chi, con aria da superiore, vuol far bella figura (al bar): la scheda bianca. Questo strumento consente comunque di raggiungere il quorum, cioè la soglia minima di partecipazione affinché il voto di tutti sia valido. In questo caso, trattandosi di cinque quesiti, il quorum è separato: uno per ogni quesito. Lo dico perché solitamente sbalordisce la gente che ne fa uso, perché vien da dire “te xe andà fin al seggio per cossa?”. La riposta è: “per non rendere vani gli sforzi di chi invece un’idea chiara ce l’ha, la voce degli altri conta tanto quanto la mia”.
Circola poi una obiezione sul significato intrinseco di questi referendum: “la teoria del termometro politico”, ossia che serva solo a valutare quanti si recano a votare per un referendum connotato da un orientamento ideologico politico specifico. Ma a questa obiezione, che evita il merito, ne contrappongo una altrettanto fuori tema: il costo del referendum è altissimo. Quindi andateci, invece di lamentarvi di come vengono spese le vostre tasse.
Iniziamo
Ho deciso che dividerò in episodi la trattazione dei quesiti per on appesantire la lettura. Se me lo chiedeste, ciò che accomuna i primi quattro quesiti sul lavoro è il conflitto tra due valori: la tutela del lavoratore e il rischio d’impresa.
Io sono per entrambi — ve lo giuro — ma non sto con chi pensa che fare l’imprenditore significhi avere il diritto di arricchirsi sulla sfortuna degli altri. Se per diventare ricco un imprenditore deve abusare dei diritti dei lavoratori, significa che il suo prodotto o servizio fa schifo. Fare impresa è un’attività nobile, e nobile dev’essere l’animo di chi la guida (e di chi ne fa parte..!!).
In Italia i problemi del lavoro sono infiniti, e questi referendum non li risolveranno. Sono una parentesi in un sistema enorme, che andrebbe rivisto da capo, a partire dai salari e dalla contrattazione collettiva.
IL FOGLIO VERDE
Il primo quesito propone di abolire la norma “blablabla” del Jobs Act che ha indebolito il diritto al reintegro per i licenziamenti ingiustificati. Si chiede infatti di ripristinare il reintegro per tutti i lavoratori assunti dopo il 2012.
Quand’è che un datore di lavoro licenzia in modo illegittimo? Quando da di matto, genericamente tradotto in “quando non ha una motivazione conforme alla legge”. Ad esempio, licenzia perché Tizio gli sta antipatico, o perché Tizia programma una gravidanza. O ancora, assume qualcuno aspettandosi più lavoro e poi lo caccia perché non serve più.
La legge distingue tra licenziamenti discriminatori e altri motivi economici o disciplinari, e oggi esistono tre regimi diversi, a seconda della data di assunzione:
- assunti prima del 2012 hanno diritto al reintegro sul posto di lavoro automatico e pure a cinque mensilità di risarcimento – Statuto dei Lavoratori.
- assunti dopo il 2012 e prima del 2015, solo se licenziati per motivi discriminatori hanno diritto alla reintegrazione, altrimenti è previsto il solo risarcimento fino a 24 mensilità – Legge Fornero.
- assunti dopo il 2015, ipotesi di reintegrazione previste ridotte ai soli casi gravissimi, mentre il risarcimento concesso va dalle 6 alle 36 mensilità – Jobs Act.
Il quesito referendario vi chiede sostanzialmente se volete eliminare la differenziazione tra lavoratori introdotta dal Jobs Act.
Votando NO mantenete questo triplice trattamento differenziato.
Votando SI scompare la terza ipotesi e si applica a tutti gli assunti dopo il 2012 la legge Fornero.
UMANAMENTE
ci viene chiesto, che valore diamo al reintegro sul posto di lavoro?
Oggi un lavoratore “scomodo” può essere licenziato, liquidato con qualche mensilità, e lasciato a brancolare nel mercato del lavoro. Chi vota NO dice, tutto sommato, che è giusto così, perché fare impresa è difficile e può capitare di assumere la persona sbagliata. C’è pure qualche lavoratore che si dice d’accordo con il NO perché pensa “vabbè ma chi me lo fa fare di vedermi reintegrato in un posto di lavoro dove mi hanno cacciato?? Preferisco pigliarmi più soldi grazie al Jobs Act”.
Chi è per il SI sostiene che proprio perché il mercato del lavoro è brutale, la reintegrazione è un diritto fondamentale, e che non è giusto ci siano lavoratori di serie A e di serie B solo per la data di assunzione. A voi la palla.
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