Questa settimana è giusto non sapere cosa sia giusto dire.
Non per indifferenza, sia ben chiaro.
Ripenso a quando ho intervistato M. e mi ha detto:
“Mia madre e mio padre non possono uscire per strada. Rischiano di morire. E io ci penso ogni giorno, e mi fa veramente paura.”
Erano i primi giorni della repressione delle proteste di gennaio. E adesso i suoi rischiano di morire anche stando chiusi dentro casa.
Perché più provo a “capire davvero” la vendetta, la minaccia, l’intenzione, più mi accorgo di quanto sia facile confondersi. E allora tanto vale non avere nulla da dire.
In questi giorni mi sono incaponita su una domanda: una violazione del diritto internazionale di questa portata può avere un senso?
Concretamente chi – ottiene – cosa?
Per il popolo iraniano si tratta solo di un passaggio da un governo terribile a un governo appena meno peggiore? La morte di quelle bimbe è servita a quale scopo? Mi sfugge qualcosa della ragione di questa nuova guerra.
Ho cercato di venirne a capo contattando qualche iraniano che conosco, e le risposte sono state così diverse.
C’è chi dice, senza mezze misure:
“Non mi importa dei bombardamenti. Viva l’America, viva Israele. L’importante era che Khamenei morisse.”
C’è chi risponde:
“Aveva quasi novant’anni, sarebbe morto comunque a breve”, lasciando forse intendere che si poteva evitare questa escalation.
Sempre M. mi raccontava di un collega che gli mostrava le notizie sul telefono e poi si bloccava:
“Non posso lavorare. Non posso seguire queste news perché mi danno fastidio. È una grande delusione. Mi sento solo. Mi chiedo ‘chissà come sta mia mamma’… e poi mi preparo e vado in palestra, o vado a fare il brunch. Mi sento perso.”
Mi sono avvicinata alla festa sul molo per sentire i giovani iraniani cantare e ballare, e poi mi sono rintanata a letto a leggere chi sputa sui fratelli iraniani che festeggiano per strada, al sicuro nelle loro città europee.
È osceno festeggiare quando sei lontano dalle bombe?
Quando non senti i vetri tremare, quando non vivi l’ansia? E cosa vuol dire, invece, stare qui sapendo di non poter proteggere chi ami?
Quel giorno ho chiesto a M.: “Adesso come ti senti? Preferiresti essere lì o sei felice di essere qua? Ti senti in colpa?”
E lui mi ha risposto così:
“Tu mi chiedi di parlare di queste proteste… io mi sento dispiaciuto tanto. Tantissimi ragazzi stanno morendo per strada, ma la libertà costa. La libertà adesso la stanno pagando con il sangue: con ferite mentali e fisiche.”
Poi ha aggiunto una frase che mi è rimasta addosso:
“Mi sento dispiaciuto che non mi sento in colpa. A volte sì, a volte no. Perché io ho già pagato una volta: ho perso il mio lavoro — il mio lavoro preferito, ero insegnante. Ho perso il mio ragazzo, stavamo insieme da sette anni. Ho perso mia madre, mio padre, la mia famiglia. Ho perso la mia città. Teheran la amo. Ho pagato, ho pagato quello che dovevo pagare.”
E ancora:
“Adesso, se succede qualcosa, non so se torno subito in Iran. Perché ho una vita qui. Non posso prendere di nuovo tutte le cose e partire. Vado e torno, vado e torno… oppure, se voglio tornare davvero per vivere in Iran, forse ci vorrà tempo. Sono abituato a vivere in Italia.”
In quei giorni, però, M. mi aveva raccontato anche un’altra cosa: una specie di miracolo.
“Durante le proteste eravamo uniti: arabi, persiani, curdi, beluci, turchi, tutti. Era come dire: basta essere schiavi, schiavi del regime, schiavi per un pezzo di pane. Basta. Uniti solo per chiedere: perché ogni volta che vado a comprare il latte costa un euro in più?”
E adesso, invece, quello leggo accuse incrociate tra i borghesi della diaspora e i poveri rimasti lì, i curdi che si armano, come se la distanza e la diversa esposizione al rischio avesse creato due verità incompatibili.
Contatto nuovamente anche un altro ragazzo che avevo intervistato per dispiacermi dei bombardamenti e mi risponde:
“Non fa niente. In questa guerra non sono ancora morte quattrocento persone, ma il regime ne ha ammazzate quattromila in due giorni. Mi fa ridere.”
Tutto questo rumore fatto di paure, impotenza e manipolazioni, paradossalmente mette a fuoco un punto: perché dovremmo pretendere un verdetto semplice su un momento tanto complesso?
Quando le interpretazioni diventano troppe e tutte plausibili, spesso la cosa più sensata è accettare che non capire tutto non è una colpa.
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