Tra l’inaugurazione delle Olimpiadi, Bad Bunny, Pucci e Ghali, si è parlato praticamente di una cosa sola: chi ha il diritto di stare dove sta e dire cosa.
Ma andiamo per ordine.
Avevo la home invasa di post sull’inaugurazione delle Olimpiadi e mi sono chiesta dal primo all’ultimo minuto perché Mariah Carey fosse lì a cantare quella dannata canzone. Era pacchiana.
Non so se sia stata peggio di Laura Pausini che canta l’inno o di Ghali che recita Rodari sulla guerra mentre ai Giochi sono presenti anche gli israeliani.
“Grazie a tutti, è stato osceno.” Fine. Invece no.
Mi sono ritrovata l’algoritmo pieno di paragoni tra l’apertura di quest’anno e quella francese:
“noi avevamo stile”,
“noi avevamo grazia”,
“noi diamo l’esempio”.
Un esempio di cosa? Di noia.
Tutti i video che alimentano la leggenda della “meravigliosa apertura” mostrano una scena sola: quella finale con Vittoria Ceretti che porta il tricolore. Grazia indiscussa, graziella e grazie al fatto che è una modella famosa.
Invece credo che, arrivati alla fine — tra balli di Amore e Psiche e quegli orrendi costumi da monumento — la gente fosse semplicemente felice che quel susseguirsi infinito di scene di dubbio gusto fosse finito.
Perché l’unica nota che abbiamo perso è questa: quelle persone devono intrattenere il tempo, non far sembrare un minuto un’ora. E nessuno di loro c’è riuscito.
Per non parlare dell’infinito viaggio della torcia olimpica, portata da tutti, ma proprio tutti. Perché in Italia tutti devono sentirsi importanti. Tant’è che arriviamo al piagnisteo di un comico che non avevo mai sentito, diventato improvvisamente un caso nazionale perché si è “fatto fuori da solo” da Sanremo. Di base perché lo sapeva benissimo: quel palco non è mai stato fatto per battute da osteria.
Certo che “fanno ridere” il razzismo, la misoginia, l’omofobia e tutto quel circo di cose che, siccome non si possono dire, allora fanno ridere perché chi le dice solleva tutti dal peso della cattiveria interiore.
Ma perché gli abbiano montato intorno un palco e un martirio non mi è chiaro. Questo ha scelto semplicemente di non stare in imbarazzo davanti a una platea che forse non avrebbe riso così tanto.
Le parole d’ordine a Sanremo sono: buongusto, buon costume e mestizia.
Poi pare un martire perché è di destra.
La gente di sinistra che conosco è molto, molto peggio con le battute, perché si arroga il diritto di essere una “brava persona” e quindi può dire tutto. Come le femministe che parlano solo delle misure dei peni e fanno bodyshaming.
Almeno, oltre oceano, ci arriva una lezione di intrattenimento: Bad Bunny ha ricordato a tutti che lo show è fatto di stupore e imprevedibilità. Tutto il resto è programmino.
Ha partorito un video musicale intenso e confuso, forte per tutti quelli che ha scelto di rappresentare. Sugli spalti ballavano solo i sudamericani, giusto per ricordare che sì, era uno show per loro. E che loro sono parte integrante della cultura americana.
Ognuno rivendica il diritto di dire ciò che vuole su un palco, e va bene così: non deve per forza piacere a tutti, basta piacere ad alcuni.
Perché è nel tentativo di piacere a tutti che gli artisti si snaturano e si ammosciano. Va bene anche restare controversi, perché lo show business non è un tribunale morale, è un mestiere.
E come tutti i mestieri esige una cosa sola: deve valere qualcosa.
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