questa settimana IL POPOLO IRANIANO VIVA

Il caso Ferragni ha monopolizzato il dibattito per due motivi.
Primo, la gente non ci capisce niente di giustizia, quindi migliaia di articoli per spiegare l’esito di un processo e blablabla: ha pagato a sufficienza per vedersi ritirare le denunce, cosa che da luogo all’improcedibilità.  
Secondo, un ricco che la fa franca è sempre una questione e alcuni si son bevuti la storia del “all’apice della mia carriera mica dovevo fregare qualcuno”. Questi ceramente non hanno visto il documentario su Corona che ci insegna che anche la gente che muove milioni usa soldi falsi per risparmiare.

Questa settimana non abbiamo parlato di giustizia, ma di come la raccontiamo e ha senso che perdo tempo ora a parlare di referendum della giustizia? No, pertanto ve la racconterò come la finale di campionato. La voce di chi ne parla è il coro da stadio. Le squadre si stanno scaldando: per il momento la formazione rossa sappiamo che è capitanata da Alessandro Barbero.

Passa un po’ in sordina, ma se ne discute ora, a fine mese: l’ipotesi “salva-agenti” contenuta nel decreto sicurezza, che mira a escludere l’iscrizione degli agenti nel registro degli indagati qualora l’atto sia compiuto in presenza di cause di giustificazione. Pensare che le forze di governo attuali, mentre toccano la separazione dei poteri invadendo la giustizia, strizzino pure l’occhio agli agenti sul tema della sicurezza, mi mette in moto pensieri che sono veri e propri incubi.

Il tutto insieme a un altro pacchetto di norme che dovrebbero non prevenire, ma tamponare, in termini di sicurezza, il tessuto urbano italiano. Come se norme più rigide sui coltelli e sui reati giovanili, telecamere ovunque o perquisizioni durante i cortei e arresti in flagranza differita per danneggiamento potessero davvero calmare la rabbia che sta montando dentro una generazione privata di tutto.

Su questo punto mi interrogo spesso sul come la mia generazione debba fare i conti con la povertà. Che poi noi Gen Z non chiamiamo mai così: ci imbarazza definirci poveri, diciamo piuttosto “devo fare i soldi”. E sapete a cosa ci servono i soldi? A pagare le bollette e fare la spesa, in un mondo in cui tre cose nel carrello costano dieci euro. Ed è chiaro poi che non faremo figli, ed è chiaro anche che in un modo o nell’altro ci estingueremo.

Tanto più che, proprio notizia di questa settimana, l’Autorità Antitrust ha finalmente avviato, dati alla mano, un’indagine sugli sbalzi di prezzo degli ultimi quattro anni. Un’indagine sulla grande distribuzione organizzata, dove dal 2021 al 2025 l’inflazione sui prezzi del settore alimentare è cresciuta del 25% e nessun produttore agricolo, peraltro, si è mai dichiarato arricchito. Allora, ora che finalmente parliamo apertamente di speculazione, probabilmente posso pubblicare l’articolo su tutte le valide ragioni per rubare al supermercato.

Guardando al destino di un popolo che non sappiamo nemmeno non essere propriamente arabo, faccio mie le parole di un ragazzo iraniano che ho intervistato: è incredibile che l’Europa continui a non interessarsi di ciò che succede alle porte del continente, quando poi tutto arriva in Europa. Dovrebbe aver capito, ormai (vedi Siria), che ogni agitazione al di là si ripercuote, in un certo modo, anche al di qua.

Ma sì, che ce ne frega a noi: sarà un problema del futuro, e del futuro non ce ne curiamo. La nostra generazione viene persino rimproverata di essere scesa in piazza per la Palestina e non per l’Iran, anche se, a ben vedere, scendere in piazza per l’Iran significherebbe fare i conti con gli stessi problemi che affliggono la nostra economia e con un sistema privo di interesse a investire per lasciarci un mondo migliore in cui vivere. Forse hanno ragione i vecchi: dovremmo scendere in piazza non solo per rivendicare i morti iraniani, ma per rivendicare anche noi l’emancipazione per cui stanno morendo.

Sulla Groenlandia e sull’imperialismo americano che molti credevano una pratica ormai superata esiste una sola verità: la storia va avanti. Smettiamola di trovare paradossale che nel 2026 qualche cretino abbia di nuovo la smania di conquistare, quando la conquista di terre altrui è letteralmente ciò che ha mosso gran parte della storia delle genti. Per anni si è andati singolarmente a conquistare dignità all’estero emigrando; oggi non basta più, e i confini, così come li conosciamo, forse cambieranno. Come il Golfo del Messico su Google Maps, oggi ribattezzato “Golfo d’America”.

E quando sul più bello l’Europa prende coraggio e prova a mostrarsi non china, ma retta sulle proprie truppe in Groenlandia, ecco che arrivano ripercussioni che spezzano in due ciò per cui abbiamo lavorato per anni e anni: l’unità. L’America aumenterà i dazi a Danimarca, Francia, Germania; Norvegia, Svezia, Finlandia, Paesi Bassi, Belgio, UK, Islanda e Slovenia.

Qualche esponente italiano di rilievo si è pubblicamente sfregato le mani godereccio. Anche se qui da noi i confini non sembrano cambiare e le frontiere paiono inesistenti, la stizza che scorre tra gli Stati membri ridefinisce quotidianamente un’idea di frammentarietà che rimanda a un fatto preciso: “uniti per la pace” non esiste più.

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