Inizierei questa rubrica settimanale parlando di meme.
Negli ultimi giorni ho visto girare moltissimi meme: i venezuelani festeggiano e la sinistra italiana piange. E qualcuno si è pure messo a discuterne, come se fosse davvero un punto.
Ora, io non ho ancora letto una sola dichiarazione di qualcuno che dica: «Peccato, Maduro era un grande». E infatti quei meme raccontano una balla gigantesca, che alimenta la polarizzazione del dibattito invece di focalizzarci su una questione su cui potremmo essere tutti d’accordo: rendere opzionale l’esame di diritto internazionale nelle facoltà di giurisprudenza.
La confusione nasce dal non distinguere le sorti di un popolo – di cui, a dire il vero, non ci è mai importato granché – dalle regole che dovrebbero valere per tutti.
Siamo nell’epoca del tramonto delle carte dei diritti, quindi non trovo nulla di sensazionale nello scoprire che la legge del più forte esiste ed esisteva anche quando si nascondeva tra le pieghe del diritto.
E infatti, a proposito di diritto internazionale: questo esiste, ma non è mai esistito per gli Stati Uniti.
Gli USA si sono macchiati, nel corso della loro storia, di crimini contro la popolazione civile e crimini di guerra, perseguibili dal diritto internazionale.
Eppure, nonostante Giappone, Corea del Nord, Vietnam, Cambogia, Laos, Filippine, Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Pakistan, Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Panama, Cile, Cuba, Libia e Somalia, nessun tribunale internazionale è mai sorto per condannarli.
Non è una novità. È storia.
Il punto è semplice: i tribunali sono quelli dei vincitori.
La Corte Penale Internazionale nasce solo nel 2002, gli Stati Uniti non ne riconoscono la giurisdizione, non hanno ratificato lo Statuto e, in più, siedono nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU con diritto di veto. Possono bloccare qualunque iniziativa legale contro di loro.
In America la giustizia – sempre un po’ a modo proprio – si fa anche per strada.
Ed è difficile non trovare truce sparare in faccia alle persone in nome della sicurezza preventiva. La pena di morte, in un certo senso, esiste anche in una forma in cui il processo avviene nella mente del boia, e non in un’aula.
«Quella forse voleva investirmi, nel dubbio la ammazzo.
E certo che ho fatto bene, mica potevo sapere se m’avrebbe investito o no.»
E se non voleva? «Non potevo mica saperlo.»
Tratto da un dialogo immaginario tra un neurone e il suo unico coinquilino nella testa di un agente dell’ICE intitolato: colpevole oltre ogni ragionevole dubbio.
Cambio registro, ma non tema e a proposito di ICE io che non guardo quasi mai nulla sul grande schermo ho fatto binge watching di MO, una serie bellissima. È la storia di un rifugiato palestinese a Houston che fa ridere molto e riflettere parecchio. Un teatro continuo di imbarazzi e fraintendimenti culturali.
In Iran, intanto, le immagini delle donne che accendono sigarette con la foto dell’ayatollah in fiamme arrivano grazie ai satelliti Starlink di Elon Musk. Nel mentre, più di qualcuno pensa: «Speriamo che gli Stati Uniti le salveranno», come se la storia non avesse già risposto a questa illusione. Nessuno scende in piazza per l’Iran perché nessuno di Iran ne sa qualcosa, è la risposta che vorrei dare ai giornali in questi giorni. Infatti condivido a gran voce le parole di

Sul fronte italiano, invece, si parla solo di riforma della giustizia. Ne parleremo. Che palle, però.
Intanto ho sentito che le COOP vorrebbero tornare a prima del decreto Salva Italia e chiudere i supermercati la domenica. Quella manovra economica che, di fatto, ha riscritto l’articolo 1 della Costituzione. L’Italia è un Paese fondato sul lavoro: lavorare di più è normale, lavorare peggio è inevitabile, lavorare sempre è virtuoso.
Il dibattito radiofonico era più o meno così:
«La domenica si incassa poco e costa troppo… ah no, scusate, volevo dire che i giovani la domenica non vogliono più lavorare ed è l’unica cosa che chiedono ai colloqui.»
E l’altro: «E il diritto del cliente di fare la spesa la domenica?»
Ma che cos’è, esattamente, il diritto di fare la spesa la domenica?
Non sarà forse onere del cliente adeguarsi agli orari del negozio, e non il negozio che si deve adeguare alla pigrizia 2.0 dei clienti di oggi?
“Si rischia di favorire la spesa online chiudendo le domeniche” dissero nel tardo 2026.
Perché il mondo continua ad accarezzarci la testa come se fossimo poveretti incapaci di fare una lista della spesa? O meglio, di organizzarci.
Invece quando dicono di non pensare, pensaci: a cosa compri, a cosa mangi, a cosa metti nel frigo, a quali schifezze ingurgiti ordinando online.
Magari anche solo uno si accorgerebbe che il vero diritto di tutti è stare a casa la domenica senza fare niente.
Non era progresso. Era solo un’idea di comfort scambiata per necessità.
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