Ancora oggi, basta un uomo muto ma che scopa per vincere un premio.

RECENSIONE — NELLA CARNE di David Szalay

Esaurito un po’ ovunque, torna in voga un libro che inizia parlando di sesso. Che fai, non lo trovi pazzesco? Sì. E senza neanche accorgertene lo divori.

Ma parliamoci chiaro: lo divori non perché sia un capolavoro, ma perché non siamo più abituati a iniziare un romanzo leggendo pornografia. Il sesso nei libri sembra essersi ritirato, forse perché siamo stati bombardati dall’industria porno fino alla saturazione.

E allora mi chiedo: Nella carne ha vinto un premio perché qualcuno ha avuto il coraggio di scrivere la storia di un “uccello duro”?

TRAMA

Il libro racconta la vita di István: cresciuto in un quartiere operaio con la madre, poi il carcere minorile, poi soldato, poi — per una serie di eventi fortunati — riccone londinese, e infine di nuovo al punto di partenza. I vuoti narrativi sono spesso citati come uno dei grandi pregi del libro: di queste esperienze, però, non viene raccontato quasi nulla, se non la pulsione sessuale che guida la trama. L’ellissi sembra più una pigrizia dell’autore, come se non se la sentisse di dare una forma più complessa al suo personaggio.

Cambiano i contesti, non lo schema mentale. Dalla prima all’ultima donna, István resta fedele solo a sé stesso: va esclusivamente con donne sposate. Una dinamica che varrebbe un caso da manuale freudiano, ma che il romanzo non sembra interessato ad approfondire.

IL SUCCESSO

Il libro ha vinto un super premio e io, sinceramente, non ne capisco il motivo. E mi chiedo perché questa cosa mi infastidisca così tanto.

Credo che il fastidio — da donna — nasca dal leggere il racconto di un’intera vita maschile narrata esclusivamente per merito delle sue scopate. Nulla inizia con un’intenzione, un sentimento, un desiderio che non sia puramente fisico. Solo l’urgenza incontrollabile di sfogare l’eccitazione verso qualcuno — possibilmente proibito.

Grandi riflessioni non ce ne sono. Il massimo per István è constatare che una donna, pur tradendo il marito, possa provare per quel marito un affetto sincero. Ma dai, che scoperta uccellone. Resta la sensazione persistente che István, nel suo stesso libro, sia banalmente inutile — tipo un palo della luce. L’unica vera parabola arriva alla fine: seguire sempre i capricci della testa funziona, finché la solitudine non bussa alla porta.

L’autore e molti critici sostengono che il libro racconti proprio questo: l’impossibilità di essere davvero padroni della propria vita. Che un personaggio così scarno sia quasi simbolico di questa condizione.

PERCHÉ LO ODIO

A me, invece, infastidisce questa figura che non ha alcuna evoluzione, che accetta ciò che accade con una resa silenziosa. E vi prego: non ditemi che quell’“okay”, che è praticamente l’unica cosa che sa dire, rappresenta l’uomo vero. Perché la questione che temo di più è questa: non tanto che István esista, ma che la sua analfabetizzazione emotiva — e il fatto che il sesso diventi l’unico motore della sua vita — vengano letti come una rappresentazione autentica dell’esperienza maschile.

Ed è qui che il libro, per me, fallisce. Perché non mette mai in crisi il suo protagonista: non lo scardina, non lo espone, non lo costringe a guardarsi. Lo accompagna e lo lascia essere.

Ma potrei anche sostenere l’opposto: forse è proprio per questo che il libro vince. Si limita a osservare, e chi osserva senza giudicare finisce spesso per essere scambiato per profondo.

In pratica, si premia un uomo che racconta la mascolinità goffa e un po’ tossica di un altro uomo, senza mai metterla davvero in discussione.

Resta però una domanda, forse l’unica interessante:
il sesso determina davvero gran parte delle nostre scelte?

Nella carne è, in fondo, il racconto di István: un uomo emotivamente analfabeta e goffo, sessualmente attivo e narrativamente assolto. Un personaggio che non evolve e che, proprio per questo, continua a sembrare incredibilmente premiabile.

Ma che palle la storia di un uomo.

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