“I Netanyahu” di Joshua Cohen

Dove si narra un episodio minore e in fin dei conti trascurabile nella storia di una famiglia illustre.

Premio Pulitzer per la narrativa 2022.

Se ne stava nella mia libreria da parecchio, bello e intonso: uno dei miei pochi libri nuovi. C’è un tempo giusto per ogni racconto e, man mano che leggevo, sentivo sempre di più di aver scovato un diamante incastonato tra pile di libri che, probabilmente, non brilleranno mai così.

Joshua Cohen racconta quello che chiama “un episodio minore e in fin dei conti trascurabile della storia di una famiglia illustre”. Definizione ironica di per sé, perché nulla in questo romanzo è davvero “trascurabile”: è tutto teatrale. Siamo negli anni Sessanta, e Benzion Netanyahu — padre di Bibi, attuale primo ministro israeliano — non se la passa bene: è uno storico revisionista, figlio di un rabbino esaltato che girò il mondo raccogliendo fondi per la causa di un esercito israeliano. Malvisto nell’accademia israeliana, Benzion è costretto a emigrare negli Stati Uniti, dove approda con tutta la sua famiglia per un colloquio accademico.

Ad accoglierlo c’è il professor Blum, anche lui ebreo, ben integrato nella comunità e molto più accomodante. Blum finge di prendere il compito con entusiasmo, ma si ritroverà travolto da una serie di situazioni imbarazzanti e di piccoli disastri portati dai Netanyahu che polemici invadono spazi e regole sociali; i Blum invece appartengono alla specie rara di chi si preoccupa ancora della buona educazione e del tono della conversazione. Risultato: comicità.

Le cene diventano dibattiti accesi su storia e religione, ma tra interruzioni improvvise e commenti pungenti, l’umorismo nasce dallo scontro fra la cortesia americana e la franchezza spigolosa dei Netanyahu. Due famiglie, insomma: una che vive per attenuare le differenze, e l’altra che vive per metterle in evidenza.

«In America» riprese a dire rivolgendosi a Judy, «ti dicono di mischiarti con i non-ebrei, di sposare i non-ebrei, di scappare via dalla tradizione, prendere un nuovo nome, farti un nuovo naso, cambiare chi sei, mangiare un tacchino come un indiano, e in cambio ottieni l’equità. Ecco il patto. E allora tu cambi tutto e vai a riscuotere l’equità che ti avevano promesso, ma tutti gli uffici dove vai a fare reclamo sono chiusi, perché questo Paese non tiene mai fede alla sua parte del patto. E anche se lo fa, anche se ti tratta equamente magari per sbaglio, o forse solo trattando qualcuno accanto a te in maniera più iniqua in modo che tu ti senta meglio al confronto, ci saranno sempre dei problemi che l’equità non può risolvere, e nel momento in cui succede, saltano tutti via dalla nave che affonda e tornano scappando dal popolo da cui provengono.»

Non sorprende che il libro abbia faticato a trovare un editore negli Stati Uniti — e in Italia non se ne è parlato molto. Mescola generi diversi: finzione e realtà, campus novel e commedia, riflessione storica e satira familiare. È un libro ambizioso: la narrazione è spassosa e tesa allo stesso tempo, tiene il lettore sul pezzo, inserisce brillanti chiose storiche sul mondo ebraico e solleva grandi domande senza risultare né pesante né banale. È uno stile raro, che dall’assurdo arriva alla riflessione storico–politica, proprio come la realtà — priva di filtri — sa evolversi.

«la storia somiglia a qualcosa in cui potete credere, una fede che non vi deluderà. Non c’è l’attesa di una rivelazione, l’attesa di un miracolo. Paragonata alla religione, la disciplina appare affidabile. La storia non fa promesse o patti, a parte dire come ha fatto qualcosa ad arrivare da quel tempo fino a ora. Da noi nel presente. Nella prima fila della stanza, dove sta il professore. Ma la storia, devo darvi questa brutta notizia, non sempre è affidabile. E gli ebrei, la cui vita era la trasmissione delle parole di Dio di generazione in generazione, e di fede in fede, lo sapevano meglio degli altri. Perché avevano vissuto sotto i governanti stranieri. La loro storia nelle terre cristiane era una storia cristiana; la loro storia in terre musulmane era una storia musulmana, scritta da non-ebrei sotto il patrocinio di despoti che insistevano per essere lusingati, o quantomeno insistevano sulla centralità dei loro ruoli. Sono stati gli ebrei i primi a capire l’impossibilità di una verità condivisa da tutti i popoli. Sono stati i primi a comprendere che l’unica cosa possibile era una verità condivisa dal popolo dominante, il gruppo o il sottogruppo o la famiglia al potere.

E qui arriviamo al punto: I Netanyahu è un romanzo che diverte, irrita, sorprende eeeeee che ha vinto un Pulitzer, perché la narrativa contemporanea ha l’abitudine di premiare libri che fanno sentire intelligenti chi li legge. Penso che il genio stia intorno alla “famiglia illustre” che il romanzo tratta con una libertà che non indugia. In un’epoca in cui la narrativa tende a trasformare le figure pubbliche in icone monodimensionali, I Netanyahu compie il gesto più scandaloso di tutti: li restituisce alla loro umanità – che è tutto fuorché comoda – . Ricorda che prima del mito politico c’è stato un nucleo familiare caotico, spigoloso, pieno di contraddizioni.

Cohen ci mette davanti ad un teatro ambiguo e dissacrante.

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