Termino questo libro mentre arriva una delle immagini più democratiche della contemporaneità: l’ex presidente francese Sarkozy cammina verso il carcere, in seguito a una condanna piuttosto importante (accusato di aver richiesto finanziamenti al partito dal libico Gheddafi, ecc.). Giunge voce dal suo avvocato che, nella sua cella di nove metri quadrati, egli abbia già iniziato a scrivere il suo libro.
Mi chiedo cosa stia scrivendo, considerato che è lì da troppo poco tempo per aver maturato una qualsivoglia lezione di vita da questa esperienza sulla miseria umana. E, dal momento che me lo immagino prono a scrivere un monologo, vorrei suggerirgli questo libro che, nell’edizione inglese, si intitola The Loser.
Non penso avrà molto con cui distrarsi, dunque non ci metterà mesi come me a terminarlo — e poi, chi meglio di lui può ora come ora immedesimarsi nella follia di un uomo sconfitto dalla vita?
Recensione – Il soccombente
Bernhard mette in scena il racconto di un’amicizia tra tre uomini che frequentano insieme una scuola per pianisti, lo Studio Mozarteum di Salisburgo, e i cui destini saranno molto differenti. Uno di loro, Glenn Gould, è un vero talento, mentre gli altri due, dopo averlo ascoltato suonare, si scoprono soltanto “bravi”. Per qualcuno, l’incontro con il talento sarà fatale, al punto da annullare ogni prospettiva di vita futura.
Il narratore è l’amico sopravvissuto agli altri due, che racconta di loro dopo aver ricevuto la notizia della morte del caro Wertheimer. Non c’è una vera e propria trama: la narrazione si snoda attraverso alcuni episodi rievocati dal narratore, e il ritmo è scandito dal viaggio che egli compie per recarsi al funerale. In realtà, tutto accade dentro la sua testa, nel rimuginare intorno al senso della vita attraverso la sconfitta degli altri.
Il narratore e il soccombente
Il narratore è talmente pieno delle sue certezze da giudicare con sferzante disprezzo sia la fortuna del pianista divenuto famoso in tutto il mondo — come se vivere per il palco fosse una condanna — sia i loro ex colleghi, diventati per lui tristi maestri di musica.
L’unico che lo attrae, nella sua narrazione distruttiva, è proprio il soccombente, l’amico che non è riuscito ad accettare di poter vivere serenamente anche senza diventare qualcuno. L’amico che è morto perché non era qualcun altro.
“Wertheimer non era capace di vedere se stesso come un essere unico al mondo, mentre in effetti è così che ciascuno di noi può e deve concedersi di vedere se stesso se non vuole cadere in balla della disperazione, ogni essere umano, comunque sia fatto, è un essere unico al mondo, io stesso me lo dico di continuo e con questo son salvo.”
Un immenso inno alla lotta incessante tra megalomania e pessimismo, una riflessione cupa intorno all’ambizione e all’incapacità di arrendersi a se stessi che spingono Wertheimer a impiccarsi.
Sull’amicizia
Un dettaglio su tutti: amici da una vita, questi tre non si frequentano mai dopo gli studi. Eppure, a ben vedere, avevano solo la loro amicizia. Nessuno si recava dagli altri, nessuno esprimeva davvero giudizi o consigli, né tantomeno si prendeva cura di un amico. Forse non ne erano capaci. Per me, racconta di un tipo di legame maschile in cui la presenza è concessa solo se non mette in discussione nulla. Infatti, è tutta distanza questa amicizia fatta più di pensieri che di gesti, più di ammirazione frustrata che di affetto, dove la stima si mescola al risentimento e il rispetto alla competizione. Una desolazione tipicamente maschile, che solo gli idioti scambiano per dignità.
L’ironia bernhardiana
È un testo anche sulla follia maschile, sull’amicizia e sulla competizione che inevitabilmente la vita comporta. Bernhard ha un bisogno costante di filosofeggiare sui massimi sistemi e questo, unito al racconto stesso e ai sentimenti dei personaggi, lo colloca — secondo me — nella categoria dei libri scritti da uomini per uomini.
Non credo che noi donne possiamo ritrovarvi qualcosa di autenticamente sentito, ma possiamo usarlo come strumento di indagine sulla natura dei rapporti maschili e sulle loro derive più meschine.
Peraltro, se il narratore racconta con un certo senso di superiorità la miseria dei suoi amici, l’autore riesce a rendere miserabile anche la voce del narratore stesso: pare essere su un palco a sfogarsi, travolto dai pensieri di una vita colma di contraddizioni e invettive. Diventa ossessivo e ripugnante, a tratti insopportabile nel suo ripetersi allo sfinimento. Me lo immaginavo pieno di tic nervosi. Ecco, alcuni uomini chiamano le confessioni da repressi “ironia bernhardiana”.
“A voler ben guardare, anche Shakespeare si riduce per noi a un essere ridicolo, cosi diceva, pensai. Da tempo gli dèi ci appaiono soltanto come figure barbute dipinte sulle brocche di birra, così diceva, pensai. Ad ammirarli son rimasti gli stupidi, così diceva, pensai. Il cosiddetto uomo d’ingegno si consuma in un’opera che egli reputa epocale, eppure alla fine si è solo reso ridicolo, può chiamarsi Schopenhauer o Nietzsche, non ha alcuna importanza, può essere stato Kleist o Voltaire, ciò che abbiamo di fronte a noi è solo un pover’uomo, un essere pietoso che ha abusato della propria mente e operato in sé una reductio ad absurdum. Un povero essere travolto e superato dalla storia. I grandi pensatori li abbiamo ingabbiati nelle nostre librerie, da dove essi, condannati al ridicolo per sempre, ci guardano con gli occhi sbarrati, così diceva, pensai. Notte e giorno io sento il lamento dei grandi pensatori che sono stati rinchiusi nelle nostre librerie, quei ridicoli grandi spiriti ormai ridotti come mummie sotto vetro, così diceva, pensai.”
Torno con il pensiero al poretto Sarkozy che, come Bernhard, mi auguro scriverà un capolavoro per raccontare che nella vita non vince chi arriva primo, ma chi riesce a sopportare la propria mediocrità senza lasciarsene distruggere.

“Per tutta la vita ci sforziamo di evitare il dilettantismo ma esso di continuo ci rincorre e ci raggiunge, pensai, e non c’è nulla che noi desideriamo con maggiore intensità che sottrarci per sempre al dilettantismo dal quale veniamo continuamente raggiunti.”
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Una chiosa personale
Tra l’ampio panorama Adelphi, ho selezionato tra i cult proprio Bernhard perché rapita dalla vividezza di questa sua citazione:


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