Come ho smesso di odiare il cinema e ho iniziato ad andare all’Ariston

o manuale per rimorchiare

In questo grande momento di pigrizia intellettuale — cioè, proprio tutto mi annoia — ho trovato bello andare al cinema.
Attività universalmente riconosciuta come ludica, per me è sempre stata una grandissima perdita di tempo. I film non mi piacciono. Insieme alla terapista diamo la colpa al periodo dell’infanzia, ai film spammati da Mediaset, ai film americani in generale, alla separazione dei miei, alla crisi del 2008 e alla Marvel. Le trame sovrapposte l’una all’altra mi hanno fatto perdere interesse per quello che, da presuntuosa quale sono, considero un medium mainstream per persone noiose in cerca di conferme.

Certo, ci sono grandissimi capolavori. Ma vogliamo parlare di quanti cliché farciscono tendenzialmente quei novanta minuti?
La maggior parte dei film (di cui parlo) sono talmente prevedibili che mi viene il dubbio: vengono guardati davvero per piacere o per confermare uno schema mentale già noto?
Perché cerchiamo storie di finzione in cui tutto fila esattamente come dovrebbe, dove ogni personaggio fa ciò che ci aspettiamo, dove nulla ci spiazza davvero.
E se questa ricerca di prevedibilità nascondesse una certa paura per tutto ciò che potrebbe metterci in discussione?
Come se evitassimo le opere capaci di dialogare con noi e farci sentire “sbagliati”.

In conclusione, trovo che molte persone abbiano paura della lotteria della realtà, dell’anarchia del vero, e che i film che rappresentano dicotomie senza sfumature (buono-cattivo, bianco-nero, ecc.) siano come l’ibuprofene: un pallidume solido da ingoiare per non lamentarsi.

Quel che chiedo altezzosamente al grande schermo è di esporre qualcosa.
Non dev’essere necessariamente inedito: può essere una ricerca estetica, un elaborato non di finzione, una denuncia sociale o qualche metafora fanta-aggiungituquelchevuoi.
Non dev’essere nemmeno lungo più di 120 minuti, con uno stile talmente ricercato da risultare brutto — quando il brutto diventa sofferenza, la sofferenza diventa catarsi… e allora chiamiamo capolavoro tutto ciò che ci è insopportabile da ripetere come esperienza.

C’è un nome per ciò che cerco: una nicchia di film che in inglese si chiama arthouse — un po’ volutamente culturali, un po’ estetici, d’autore. (Quelli che, alla fine, ti fanno credere di aver scoperto tu qualcosa.)

Il primo film che ho visto e che mi ha fatto pensare di aver speso bene il mio tempo è stato L’Odio (La Haine, Mathieu Kassovitz).
Per moltissimi sarà “culturalmente basic” — e infatti questo pezzo è una confessione di ignoranza profonda, mica ostentazione intellettuale.

Quella sera ho scoperto che anche un film può saziarmi.
Sono quel tipo di persona che passa da passione a ossessione, in breve mi sono fatta forza e ho investito delle ore per costruirmi una minima cultura cinematografica — giusto per collocarmi tra chi guarda film da più di vent’anni e chi non ha mai visto qualcosa di fatto bene.

Sono partita guardando tutto Wes Anderson, per intenderci.


La Trama Fenicia (The Phoenician Scheme, Wes Anderson) l’ho piazzata tra Rushmore e Le avventure acquatiche di Steve Zissou.
Ora, se parti da un maestro che è un unicum nel panorama mondiale, resti un po’ stizzita a doverti arrabattare per trovare qualcosa al suo livello.


Infatti, deciso che il cinema mi piace, non ho saputo orientarmi. È un po’ come per un non-lettore entrare in libreria: ti sembra tutto accattivante e allo stesso tempo tutto sciatto.

Aperte pagine su pagine di Wikipedia per capirci qualcosa, sono infine approdata alla casa di produzione A24. E ho iniziato a esplorare.
Che ne so di cosa ho visto: se mi sforzo posso fare un elenco, ma non penso interessi a nessuno. C’era roba anche molto strana che ho apprezzato parecchio, tipo quel Everything Everywhere All At Once chisseloricorda.

Poi è finalmente successo: sono andata al cinema. Il primo film che ho visto in solitaria è stato un piccolo capolavoro: Manodopera (Interdit aux chiens et aux Italiens, Alain Ughetto).
Un film d’animazione (non si chiamano cartoni animati!!) tutto in stop motion — parola che ho imparato da poco e che si traduce in “omini di plastilina” — che racconta la storia della famiglia dell’autore, contadini emigrata dal Piemonte in Francia all’inizio del Novecento.

Poi ho chiesto a mia nonna di venire con me a vedere Vermiglio (Maura Delpero), salvo poi imbarazzarmi un po’ durante le scene di masturbazione femminile, perché lei iniziava a tossire e non capivo se stesse solo cercando una scusa per chiudere gli occhi tra una scena e l’altra o stava veramente soffocandosi con un popcorn.

Ho capito di appartenere a quella categoria di esseri umani un po’ “e s i g e n t e” — cioè quelli che si offendono a spendere nove euro per un biglietto al The Space, in sale enormi e mezze vuote, con quell’estetica tutta arancione. Mi sembra volgare entrare in un centro commerciale di notte per guardare un film.

Allora: esiste, in questo mondo, un posto accessibile a tutti — e non necessariamente riservato solo ai nerd del settore — dove approcciare un film fatto come dio comanda?

Solo il fatto di appropriarmi della notizia in questo pezzo mi imbarazza, vista la mia profonda distanza dall’ambiente:
ha riaperto a Trieste il Cinema Ariston, una delle pochissime sale indipendenti rimaste in Italia. Già da un po’, in realtà — ma chissene.

Azzecca un sacco di titoli che mi piacciono (non tutti perchè non sono ancora così autoreferenziale da pupparmi i grandi classici degli anni ’60 da tre ore).
Per chi non lo sapesse, un cinema indipendente è un cinema che sceglie cosa mettere in programma.
Lascia spazio ad autori emergenti, documentari, riesuma vecchissime glorie, affronta tematiche, ospita festival.
Un abitacolo culturale dichiaratamente autonomo e sfacciatamente ambizioso.
No, scherzo: non immaginatevi solo pipponi da ore in lingua originale. C’è un’ampia varietà di film contemporanei tra quelli selezionati, che abbracciano stili davvero molto, molto differenti.

Ne parlavo con un tipo che ci lavora e mi fa:
“Arthouse wannabe.”
Parafrasato: il luogo perfetto per rimorchiare.

Nel senso: porta una tipa all’Ariston e penserà che tu sia veramente raffinato; portaci un tipo e lo intimorisci il giusto per farlo innamorare.
Tra l’altro, l’Ariston fa “il lavoro sporco” di cercare per voi il film giusto con cui fare colpo.

Allora io questa cosa la sfrutto a fiotti — visto che il mio tipo la cultura cinematografica ce l’ha, ma non così estesa alla nicchia dei film in lingua originale sottotitolati categoria “arthouse wannabe”.

Ecco come ho rimorchiato il mio già ragazzo.
Il cinema ha inaugurato con l’ultimo di Wes Anderson: La Trama Fenicia (The Phoenician Scheme, Wes Anderson) → primo appuntamento.
In macchina abbiamo fatto un po’ i raffinati a dire quanto è bravo l’autore a toccare anche temi scomodi e complessi.

Secondo appuntamento, molto più intenso emotivamente (e anche carico di questioni storiche poco conosciute):
Io sono ancora qui (Ainda estou aqui, Walter Salles).
Film che narra la sparizione di un padre sotto la dittatura brasiliana. C’è tutto: colonna sonora, scene di vita, storia vera di una famiglia, denuncia sociale. Applausi e commozione.

Al terzo appuntamento ho giocato in casa con Il sale della terra (The Salt of the Earth, Wim Wenders & Juliano Ribeiro Salgado), docu-film sulla carriera di Sebastião Salgado, recentemente scomparso.
Scabroso e crudo: siamo usciti turbati, tanto da abbracciarci.

Poi ho osato con No Other Land (Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham & Rachel Szor).
Dico “osato” perché immaginavo di uscire molto arrabbiata dalla sala e senza fame per la cena — però è stato bello parlarne in macchina.

E poi, grazie Cinema Ariston, perché avete permesso a molte ragazze di giocarsela molto bene con Warfare – Tempo di guerra (A24), film di guerra basato sulle testimonianze del regista durante una missione in Iraq.
Effetti sonori che sembrava di uscire con un disturbo post-traumatico.

Poi di nuovo gran serata con Kneecap (Rich Peppiatt) — comedy action (l’ho letto online e riporto) che racconta la storia vera di una band rap irlandese che canta in gaelico.
Faceva ridere, e abbiamo riso insieme. Faceva riflettere, e abbiamo riflettuto insieme. Sono settimane che ascoltiamo i loro pezzi in macchina.

È un luogo frequentato da persone molto diverse tra loro: ci sono gli anziani che da anni non rinunciano a quell’appuntamento culturale, gli uomini e le donne di classe, le coppie hipster over 40 alla ricerca di un’esperienza condivisa, ma anche molti giovani. Direi: gli “scappati di casa” di ogni età.
Un posto dove tutte queste storie e background si incontrano, si mescolano e convivono.

L’Ariston non è solo un cinema: è una scommessa per la città, un punto di riferimento che vuole resistere all’omologazione culturale e al consumo frettoloso. È uno spazio che ospita chiunque si sieda in sala, indipendentemente da dove venga o da cosa cerchi.
Sono partiti gli abbonamenti: scegliete qualcuno con cui condividere questo rifugio.

foto prese da “La Cappella Underground”, vi lascio il link per la programmazione e altre info

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