L’industria dell’accoglienza e l’estinzione culturale vista mare.
Provo a tenermi in forma con un esercizio di mille parole al giorno che, come tutte le cose che dovrei fare ogni giorno, non faccio mai. Da procrastinatrice seriale quale sono, mi scrivo all’inizio di ogni agenda come dovrò suddividere le mie giornate e poi mando tutto all’aria. Quest’anno ero partita bene, poi la solita merda. Ed è tutta colpa dell’overtourism.
Ebbene sì, perché poco mi resta in termini di energie e voglia di raccontare dopo un turno in caffetteria. Tra l’altro non in una caffetteria qualsiasi, ma in una caffetteria nella città del caffè a due passi dalle crociere. E se c’è qualcosa di cui mi vergogno, dopo quest’estate, è pensarmi in vacanza a fare il T U R I S T A.
Quello di cui vado scrivendo oggi viene prepotentemente ignorato perché la formula vincente è: “il turismo porta denaro”. Ma cosa significa “denaro”, quando è il prezzo di giornate svuotate di senso e rapporti umani ridotti a un copione di cortesia forzata per zombie ambulanti? Perché prima di parlare di overtourism dovremmo chiarire qual è il problema del turista.
Il turista ha una mania perversa: doversi sentire bene, servito, appagato, senza pensieri. Letteralmente vive in un’idea utopica di vacanza da sé stesso. Quando si siede per ordinare il caffè vorrebbe solo il suo caffè. Non vuole attendere per ordinare, né aspettare che venga servita la persona arrivata prima di lui, o che si debba sparecchiare un tavolo prima possa sedersi.
No, niente.
Lui vuole il suo caffè.
Ancora peggio quando viaggia in famiglia: perché non solo vuole il suo bene, ma pretende anche che nessun’altro possa lamentarsi e rovinare la sua fragilissima pace. Guai a non servire immediatamente un capriccioso bambino, a cui verrà chiesto “cosa vuoi?”
e tu lì in piedi ad aspettare di sapere cosa desidera un bamboccio balbuziente e a cui deve ancora svilupparsi la corteccia frontale — qualcosa che, tra l’altro, non sapeva nemmeno di volere. Il turista non viaggia, disturba.
Pare che le persone in vacanza non abbiano capito che una città non è un grande resort a cielo aperto all inclusive. E che servire ed essere servi hanno in comune le stesse cose della moglie e della amante.
A proposito di paradossi c’è questa nuova nevrastenia nelle caffetterie italiane di servire:
“ICE LATTE PLEASE, DO U HAVE TOPING LIKE PISTACHO OR CARAMEL”
maaaa ooooh mica state da Starbucks.
Perché il turista non viaggia: rompe i coglioni e basta.
Si porta le abitudini in valigia e le ripropone in ogni angolo del mondo. Non è che sia necessariamente sbagliato, è solo rappresentazione acuta della tristezza e del narcisismo smisurato che appartiene all’occidentale medio nato nello stato di diritto al tempo delle pretese di benessere. Il punto è che esistono i luoghi per sentirsi accontentati di tutte le proprie manie, e si chiamano resort all inclusive. Lì non importa se sei in Zambia: puoi mangiare uova strapazzate e salmone norvegese. Paghi e caghi si dice anche.
E capisco chi ritiene giusto massimizzare il guadagno da ciambelloni del genere, gente senza personalità che non può fare a meno di esistere annebbiando ciò che la circonda.
Ora focalizzatevi e pensate alle persone che conoscete: il turista è proprio un prototipo che vive in mezzo a noi tutti. Quella persona, collega, cugina o amico che vi ha messo in imbarazzo al ristorante mega recensito, con menù studiato da chef acclamato, e lui no — doveva chiedere al cameriere di scomporre il piatto in base alle sue abitudini.
Sì, siete imbarazzanti.
E venite accontenti solo perché niente fa più paura ad un imprenditore scemo di una recensione su Google.

Non siete adulti: siete bambini col bancomat, che vanno in giro per il mondo a guastare le diversità per imporre la loro idea di comfort.
L’overtourism è solo una parola rubata cper descrivere città prese d’assalto da esseri umani che vomitano le loro frustrazioni nella frenetica vacanza. Lavorano tutto l’anno per fare la fila per “quel ristorante con la pizza vera napoletana”, e poi la fila per la cattedrale, e poi per salire sul campanile. Gente che vuole riempire il vuoto che prova nella sua esistenza del cazzo pensando che, se vedrà tutto, potrà dire di aver vissuto. Ma non sa la differenza tra guardare e osservare.
Overtourism è correlato alla “bulimia delle esperienze” e ripeto: qualcuno dice “vabbè, porta soldi”. Ma che soldi? Porta una piaga, tipo l’invasione biblica delle cavallette.
Letteralmente significa che un luogo, a causa dell’eccessivo numero di visitatori, perde in qualità della vita per i residenti, autenticità culturale, rispetto per l’ambiente e detta francamente non è manco più una esperienza veritiera per il turista, piuttosto una simulazione. Tralasciando il delirio isterico di una cameriera in pieno agosto*, dico solo che chi parla di guadagno per una città dovrebbe guardare cosa quella città perde. E perde sé stessa e gli spazi di chi la abita.
E se poi sembra che faccia retorica da anticapitalista, mi chiedo cosa ci sia di patriottico nel svendere la tua città ai bisogni di chi ci passa due notti. Non è cattiveria, ma cinismo. Mi dovrebbe far schifo che la mia città si arricchisca sul matcha latte con ghiaccio.
Prendiamo proprio Trieste che è una cittadina perfetta da due/tre giorni di visita: arrivi con venti euro in aereo e ti trovi in un gigantesco set fotografico con un bagaglio storico-culturale talmente diversificato che ci fai addirittura tre post su Instagram. È per assecondare le voglie dei turisti che mia nonna non riconosce più niente quando scende in città con la coriera. Cambiano i prezzi, cambiano i servizi, pian piano tutti i settori si aprono a questo business lasciando indietro chi vorrebbe solo il vuoto invernale. I locali storici – che sono storici per una città perché ne preservano l’ardore culturale, anche quello più basso eh, tipo le osterie – perdono il loro carattere tipico perché i local si allontanano. Tra un po’ rinchiuderanno nuovamente tutti i matti a San Giovanni così che i croceristi non li vedano, e ci sarà la sabbia a Barcola, o forse i tedeschi in osmizza grazie ad una schifosa ovovia.
Non è solo questione di tempo che passa, è questione di soldi, che vanno per lo più nelle tasche di catene globali, grandi piattaforme di prenotazione e di strutture standardizzate che aiutano il turista a non avere sorprese nei suoi tre giorni di fuga dal suo appartamentino buio e logoro. Non c’è spazio per le asperità tipiche del quotidiano, l’intera città deve essere un pacchetto vendibile. La cultura locale è spettacolo da consumare.
Io ho bisogno della bora che con la pioggia taglia sferzante il viso. Amo la mia città solo quando è ruvida e inospitale.
[*questo articolo l’avevo scritto dopo Ferragosto. Ad oggi si è appena conclusa la Barcolana – letteralmente il prima e dopo Cristo del overtourism in città.]

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