APPUNTI DA UNA PIAZZA – 22 SETTEMBRE ’25, SCIOPERO GENERALE PER GAZA
Non ero mai andata a una manifestazione, ma ieri, per la prima volta, ho sentito di appartenere a qualcosa.
Qualcosa che non è il semplice concetto di sciopero, né un ideale politico. Qualcosa che è tutt’altro che “un’idea di alcuni”. Non c’era nulla di frammentato.
C’erano persone di ogni tipo e di ogni età: signore elegantissime e giovani spettinati, tutti riconosciuti nello stesso pensiero comune.
E allora ho pensato: se così tanta varietà riesce a ritrovarsi nello stesso sentire, quel pensiero dev’essere davvero potente.
Credo si tratti di solidarietà.
Una parola che per troppo tempo abbiamo trattato come fosse una vergogna, in un mondo che ci ripete che “ognuno deve farsi i fatti propri, se vuole campare cent’anni”.
Ma la giustizia non nasce dal silenzio: nasce dal coraggio di denunciare.
Io denuncio l’indifferenza dei miei tempi, perché non posso credere che sia l’unica realtà possibile.
L’umanità che ho visto ieri, in mezzo a quella folla, è la cosa più vicina alla verità che conosco.
Ieri non c’erano solo persone: c’erano anime. Tante anime.
Eppure oggi si parla soprattutto degli arrabbiati e della violenza, perché l’eco materiale della ferocia umana è più accattivante della solidarietà silenziosa.
I giornali cercano di etichettare quelle poche persone violente con categorie riconoscibili, ma non raccontano ciò che ho visto io.
Ieri, mentre arrivavo, ho visto una madre scendere dall’auto con il suo bambino. Lo teneva stretto al petto e marciava in silenzio, con le lacrime che le rigavano il volto.
E mi sono chiesta: quanto dolore sa riconoscere l’anima umana di un’altra anima? E da quanta distanza può sentirlo?
Cercate di spiegarmi questo.
Ieri ho sentito di appartenere all’umanità intera.










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