Premessa
Pare che non legga più. Un po’ è vero. Ho una cartellina piena di recensioni che avevo accumulato proprio nell’ottica di farle uscire pian piano, quindi oggi vi beccate un romanzo che non è per niente estivo. Sa proprio di inverno e coperta. Mi sa che l’ho letto a gennaio, proprio il primo libro dell’anno, perché avevo voglia di un cult e, soprattutto, di qualcosa che andasse a braccetto con la mia apatia.
Qui sembra essere ricominciato l’autunno — magari — quindi quale miglior momento per pubblicare. Franci m’ha detto che pure a Roma pare autunno, ci sono solo 28 gradi.
il libro
Storia semi-autobiografica dell’autrice: una giovane e talentuosa diciannovenne ottiene finalmente la possibilità di partecipare allo stage dei suoi sogni a New York, ma si apre per lei un capitolo doloroso e profondo di depressione.
Il romanzo sembra scritto proprio dalla voce annoiata e un po’ altezzosa di una ragazza che crede di aver già capito tutto del mondo. Ma la verità è che la depressione che la travolge nasce dalla non comprensione di sé stessa e soprattutto da una cosa che capita a tutti quelli nati stronzi: l’impossibilità di accettare la realtà delle dinamiche sociali e lavorative. Incapacità che la porta a scivolare verso la follia.
“Nessuno mi capisce” è il grido muto di una giovane donna che non trova più interesse né conforto in nulla. Si lascia andare, e noi lettori la ascoltiamo in una narrazione fin troppo lucida della sua deriva. Con uno sguardo tagliente e maligno, osserva ogni gesto, ogni dettaglio, e riduce all’insignificanza ogni figura di autorità. La bellezza sembra essere sparita da tutto.
Le dà ancora più sconforto la ribellione del suo istinto naturale di sopravvivenza rispetto alla sua volontà di porre fine alla propria vita.
Un dolore muto, stagnante e languido cresce dentro di lei, ma col tempo muta in una forma di consapevolezza. La protagonista arriva a non voler diventare come le altre: le compagne del centro psichiatrico. È un risveglio lento, parziale, ma necessario.
Per Sylvia Plath non ci sarà un lieto fine. Si toglierà la vita un mese dopo la pubblicazione di questo suo unico romanzo.
(Vi invito davvero a leggere la sua biografia: poetessa, moglie del poeta Ted Hughes che la tradirà con un’altra donna — la stessa che, tempo dopo, emulerà il suicidio della Plath. Surreale.)
Come autrice, si percepisce nitidamente la sua forza. È considerata un’icona femminista, e non a caso. Nelle sue poesie e in questo romanzo si sprigiona una potenza oscura e incontenibile: depressione, identità femminile, dolore esistenziale. Tematiche che affronta con cinismo e umorismo nero. Con La campana di vetro, inoltre, riesce a criticare apertamente: l’oppressione delle donne, il peso delle convenzioni sociali, lo strazio del passaggio da fanciullezza a vita adulta, e non da ultimo, la brutalità della medicina psichiatrica del tempo.
Questo testo non ha subito trovato fortuna perchè sembrava proprio raccontare di quella tipica ragazzina a cui piace soffrire delle proprie megalomanie. Quella ragazza insopportabile e dalle derive narcisistiche. Della Plath è pubblico anche il suo diario personale e si accusa l’autrice di aver scritto per essere letta, dunque già rivolta ad un pubblico e per questo non autenticamente intimo.
Io trovo che la Plath sia autentica, proprio perchè incarna quel tipo di personaggio che lei stessa racconta. Ma non c’è niente di falso, lei è quella donna, lei è quel dolore, quella sofferenza esiste.
Una voce normale per una storia normale
Il testo non è strabiliante. E nemmeno la storia lo è. Ma è proprio questo che lo rende speciale.
Come spesso accade la narrativa che parla di depressione femminile, viene liquidata come lamento, cinismo, mancanza di autostima. Ma qui c’è una voce normale per una storia stranamente normale. La prova che non serve inventare per far scattare quella connessione invisibile tra il lettore e la protagonista, che si avverte come un nodo allo stomaco.
E lo dico perché, se c’è un momento umano davvero sottovalutato, è proprio quello in cui proviamo a empatizzare con il malessere di chi non conosciamo, togliendogli di dosso l’involucro con cui si mostra.
Se nella vita vera avessimo conosciuto Esther, la protagonista, l’avremmo trovata odiosa, oppure avremmo anche potuto volerne studiare gli sguardi disillusi e i pensieri, cosa che questo romanzo ci costringe, brutalmente, a fare.
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