Febbre da crescita

Tante emozioni mi fanno girare la testa. Faccio molta fatica a dormire quando sono preoccupata, e in questo momento lo sono per così tante cose che mi sento come se stessi dentro un frullatore. Al lavoro c’è un macchinario idiota che trita il ghiaccio, e ogni tanto mi verrebbe voglia di conficcarci dentro i pensieri e sentire quella lama roteare velocissima per farli a pezzi. Quel rumore di metallo e disgregamento mi mette pace.
Un bimbo che dice alla mamma: “Ora sono calmo”, perché allora è vero che si nasce già arrabbiati a questo mondo. Finalmente mi posso arrendere.

I cuccioli vivono, mentre la mamma fa tutto ciò che può per non far mancare loro cibo, calore, e pulisce continuamente ogni angolo della loro scatola. Anche lei non dorme mai: riposa gli occhi. Poi arrivo da lavoro, e lei sale in casa a dormire profondamente. Si sente al sicuro.
Una si chiamerà Thelma, mi ha detto la signora Valentina. Il biondo più piccolo, l’ultimo nato, si chiama Otto. Perché in otto sono venuti al mondo.

Le coincidenze, quelle che non posso fare a meno di notare — o tutto perderebbe di senso — mi hanno portata a parlare con una persona che ha perso una sorella.
“In principio — mi dice — siamo in sette. Ora, sei.”
Penso al tempo verbale: siamo. Presente.
Non ha senso, logicamente, ma racconta della purezza del pensiero umano. Dell’amore come qualcosa che se ci appartiene in principio non può abbandonarci mai. Primitivo come primitiva è la nascita.

Penso che non voglio liberarmi di quell’immenso difetto che ho: commuovermi per empatia. Lasciarmi investire dalle storie degli altri e provare a sentirne il dolore. Annusare il passato.

Come quella volta che la signora Alessandra mi confessò il suo lutto mentre stavo lavorando. Ascoltarla, anche solo per un momento, mi fece pensare a quanto tempo inutile stessi sprecando in quelle ore di lavoro: tempo che esiste finché si vive, ed è da dedicare solo all’amore verso il nostro prossimo.
Amare significa vivere. Tutto il resto è inutile.

Non posso non pensare al dolore di chi ama. Di chi sta perdendo i propri figli in una guerra. Le grida strazianti di una madre sotto le bombe.

Mi sento di dover diventare pratica, più forte, più austera. Di accettare tutto così come viene. Di imparare a non disperarmi. Dissolvere il dolore in una stretta di denti, a testa alta.
Vorrei poter diventare << pragmatica >>. Una parola che avevo deciso di abbandonare nel mio vocabolario “dell’essere umani”, dopo aver studiato l’utilitarismo come deriva del pragmatismo.
E ho pensato: che modo sciocco di vivere secondo sola ragione.

Ora mi sento di stare crescendo, come quando da piccoli si avevano quelle febbri con le allucinazioni. E penso che la ragione sia l’unica che può guarire il cuore.

E il tempo. Tanto tempo per sentire mio fratello dire, a tavola: “È come famiglia.” Un sogno collettivo.

Sento mio padre volermi proteggere e aiutare, con il suo vocione a dirmi la verità per prepararmi anche al dolore. E poi lo vedo chino ad accarezzare con le sue grandi mani la testolina di Otta febbricitante.
Shark sta davanti al cancello, difende Otta, osserva continuamente i cuccioli. Protegge la sua famiglia.

È estate, ma sento l’alluvione.
Il richiamo della natura guarirmi da vecchie ferite.

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