cosa ci chiedono al referendum? ep. 2

Nell’articolo precedente ho brevemente illustrato i diversi regimi relativi ai licenziamenti ingiustificati in Italia. Nella prassi, i singoli casi vengono trattati in diverso modo e per chi ci tenesse allego un link (https://lavoce.info/…) che approfondisce tecnicamente la questione.

Ammetto di avervi propinato una semplificazione dell’argomento, giungendo a una conclusione favorevole all’estensione delle tutele quasi dovuta. Ma allora, perché tanti professionisti sostengono il NO?

Nessuno è contrario all’estendere le tutele, cioè nessuno è contrario al merito del quesito, tuttavia si dichiarano per il NO per protesta contro il referendum in sé. Le obiezioni sollevate mirano a dimostrare che i quesiti non contribuiscono a stabilizzare il mercato del lavoro, né a migliorare la condizione del lavoro precario. Il NO non contesta tanto il contenuto, quanto il senso stesso dell’intervento referendario. Indubbiamente c’è bisogno di riforme radicali nel mondo del lavoro; chi sostiene il NO spera che il fallimento del referendum spinga in primo luogo i sindacati a riconsiderare le loro priorità.

Proseguiamo ora con il resto delle schede.

IL FOGLIO ARANCIONE

Questo riguarda la disciplina dei licenziamenti nelle piccole imprese. Potrebbe sembrare una questione marginale, ma in realtà le aziende con meno di quindici dipendenti rappresentano oltre il 90% delle imprese italiane. Le norme attuali prevedono che, in caso di licenziamento ingiustificato, l’indennizzo massimo sia pari a sei mensilità (che possono arrivare fino a quattordici mensilità se l’azienda ha fino a sessanta dipendenti, suddivisi in unità produttive con un massimo di quindici dipendenti, e in base all’anzianità di servizio blablabla).

Questa è la norma che il referendum propone di abrogare, in favore della disciplina precedente, che affidava al giudice – e solo al giudice – la determinazione dell’indennizzo, senza un tetto massimo.

Il quesito può apparire troppo tecnico, eppure coinvolge la maggioranza dei lavoratori italiani e nota una discriminazione evidente tra dipendenti che svolgono mansioni identiche ma ricevono trattamenti differenti solo in base alla dimensione dell’impresa in cui lavorano. Questa differenziazione è davvero equa? Beh bisogna tener conto della grande eterogeneità delle piccole imprese nel territorio italiano, soprattutto in termini di capacità economica. piccola impresa non sempre significa piccolo fatturato. Va anche considerato il fatto che un piccolo imprenditore, in certe situazioni, si assume un rischio d’impresa nell’allargare, ad esempio, l’organico e, se il risarcimento per licenziamento ingiustificato non ha un limite chiaro – se non quello generico previsto dal codice civile – si crea della cautela eccessiva nelle assunzioni. O peggio si crea zona grigia. La solita zona grigia italiana dei lavoratori irregolari.


IL FOGLIO GRIGIO

Il quesito riguarda la questione della causale nei contratti a tempo determinato. Un tempo obbligatoria, la causale è il motivo per cui un datore di lavoro sceglie di stipulare un contratto a termine anziché uno a tempo indeterminato. Le causali sono stabilite per legge o attraverso accordi tra imprese e sindacati. La loro importanza risiede nel fatto che possono essere impugnate: il lavoratore può cioè ricorrere al giudice per verificare se esistano effettivamente i presupposti per l’assunzione a termine, presupposti tali da negare un contratto a tempo indeterminato.

Attualmente, l’obbligo di indicare la causale scatta solo per i contratti a termine superiori ai 12 mesi.

Chi voterà , abrogando la norma introdotta con il Jobs Act, farà sì che la causale diventi obbligatoria per tutti i contratti a tempo determinato, anche quelli inferiori all’anno.
Chi voterà NO manterrà l’obbligo della causale solo oltre i 12 mesi.

I sostenitori del NO temono un aumento del contenzioso giudiziario, senza un reale cambiamento nel numero complessivo di contratti a termine stipulati. Chi sostiene il SÌ, invece, considera la possibilità di ricorso al giudice una tutela per il lavoratore che si trovi intrappolato in rinnovi successivi e ingiustificati.

A mio avviso, la distinzione andrebbe fatta tra grandi e piccole imprese. La causale può giovare al lavoratore di una grande azienda, ma potrebbe risultare penalizzante in contesti dove, per timore del rischio, l’imprenditore preferisce assumere in nero, rinnovare a termine più volte e poi cambiare lavoratore ciclicamente. Un meccanismo perverso e già noto.


IL FOGLIO ROSSO

Questo è probabilmente il quesito più delicato: la sicurezza sul lavoro.

Il referendum ci chiede di esprimere un parere sull’abrogazione di un’eccezione alla regola generale in materia di responsabilità negli appalti.
Attualmente, la legge prevede che l’appaltatore (l’azienda che esegue il lavoro) e il committente (l’azienda che lo affida) siano corresponsabili in solido in caso di incidenti. Tuttavia, esiste un’eccezione: se il committente non ha competenze specifiche comuni con l’appaltatore, non è responsabile degli incidenti che derivano da quei rischi specifici.

Il quesito propone di eliminare questa eccezione, rendendo sempre corresponsabile il committente.

Facciamo alcuni esempi:

  • Un supermercato appalta dei lavori di ristrutturazione.
  • Un’azienda tech affida a terzi lo smaltimento dei rifiuti.
  • Un’impresa edile subappalta a un’altra impresa l’uso di un macchinario specializzato.

Gli appalti sono gare in cui solitamente vince chi propone il prezzo più basso, il che porta a un effetto domino: subappalti, tagli sui costi, riduzione dei tempi e delle tutele. Il risultato è una spirale di aziende diverse che operano negli stessi spazi, con rischi crescenti.

Mi viene da dirlo così, in modo diretto: non è giusto che un supermercato sia responsabile per un incidente accaduto alla ditta di serramenti che ha incaricato. Ma la verità è che se un’azienda non è responsabile, non si interessa. Una maggiore responsabilità, per quanto illogica sembri, costringe il committente a selezionare meglio chi appalta, premiando le ditte più sicure e serie.

C’è però un’obiezione concreta: alcune aziende, per timore della responsabilità, potrebbero rinunciare a lavori importanti, peggiorando le condizioni di sicurezza complessiva. O ancora chi ritiene non sia mai e poi mai corretto estendere la responsabilità anche a chi de facto non centra. Nei primi due esempi che ho fatto rende bene l’idea della illogicità, mentre nel terzo già sembra più consono attribuire ad entrambe le ditte la responsabilità per gli incidenti. Chi è per il NO si ferma qua con il ragionamento, chi è per il SI invece da questo ragionamento giunge alla conclusione di maggiori tutte per i lavoratori coinvolti in tutte e tre le ipotesi.


IL FOGLIO GIALLO – CITTADINANZA

Su questo sarò breve.

I requisiti per ottenere la cittadinanza restano invariati: reddito sufficienteconoscenza della lingua italianaresidenza legale continuativa e assenza di condanne penali gravi.

Questo quesito non è un regalo agli stranieri, ma una misura necessaria per salvare il sistema italiano. Il nostro Paese affronta un collasso demografico: la piramide dei servizi non regge più.

Concedere la cittadinanza a chi lavora regolarmente o vuole regolarizzarsi significa riequilibrare la forza lavoro, soprattutto nei settori più faticosi e rischiosi, spesso occupati da stranieri. Questo quesito può incentivare l’emersione dal lavoro nero e avviare percorsi reali di integrazione.

Trattare l’immigrazione come un’emergenza è un errore: è un fenomeno strutturale da oltre 15 anni. E non si tratta di buonismo: è una necessità economica e sociale.
Secondo le proiezioni, negli anni ’50 di questo secolo un italiano su tre avrà più di 65 anni, e già oggi siamo il paese più anziano d’Europa.

Se siete patrioti, andate a votare. E sul quesito della cittadinanza, non abbiate dubbi: è una scelta giusta per il futuro dell’Italia.

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